Il processo di umanizzazione è per sua natura un percorso assolutamente obbligato nella relazione tra l’operatore sanitario e la persona che soffre e chiede aiuto. Non è possibile cioè offrire una qualsiasi risposta ad una richiesta di aiuto se essa non è inserita in un contesto di comprensione, di condivisione e di empatia. 

L’umanizzazione rappresenta una condizione essenziale di ogni relazione. Non può esistere una relazione tra gli uomini che non sia segnata da questo aggettivo intransigente che richiede per sua stessa accezione rispetto, comprensione e condivisione. A tal punto che sembrerebbe superfluo parlare di umanizzazione specialmente nel rapporto con una persona che soffre e che chiede aiuto. Eppure ci tocca parlare di umanizzazione in un tempo in cui il processo contrario, quello di disumanizzazione, appare ahimé acquistare sempre più vigore e diffusione. 

E’ un pericolo subdolo e penetrante quello avanzato da una crescente attitudine specie tra le fasce giovanili a realizzare sempre più relazioni virtuali. Il mondo del web è popolato da queste relazioni che costituiscono l’alterità sulla base delle proprie fantasie, con aspetti accattivanti e compiacenti, con volti segnati da un perfezionismo esagerato, con espressioni emotive codificate da un faccino che chiamiamo emoticon, con una sintassi grigia ed essenziale quasi per sottrarre forza alla dimensione del tempo e dello spazio. 

Queste relazioni hanno la capacità di distogliere la persona dall’attitudine innata, congenita, di vivere il momento relazionale come l’incontro fisico tra due persone che nella loro potenzialità dialogica sappiano comunicare con un linguaggio comprensibile e con una mimica e gestualità idonea a partecipare e condividere la meravigliosa ricchezza del mondo emozionale. Mi piace qui citare i concetti espressi dal nostro Erminio Longhini che riteneva la reciprocità l’espressione più autentica dell’incontro. Parlava naturalmente di due persone che nella loro diversità dovevano costruire quel “noi” che è proprietà originaria dell’Io. Così anche Minkowski affermava che “il me e l'altro nella loro reciprocitàè un fenomeno assai più originario del semplice me.”

Ma c’è ancora un altro motivo che spinge oggi le persone in generale alla disumanizzazione. E’ l’euforia delle conquiste tecnologiche, il progresso vertiginoso dei nostri tempi che affida sempre più agli strumenti diagnostici la soluzione di ogni richiesta di aiuto, se volete anche sul versante della terapia. Cosicché si corre il rischio che il paziente non sia più visto come persona nella sua complessità antropologica ed ontologica, ma come una entità numerica cui applicare un giudizio diagnostico ed una terapia, farmacologica o chirurgica che sia. 

Perfino la psichiatria, trascinata dalle eccezionali conquiste nelle neuroscienze, si è dotata di uno strumento diagnostico fatto di assi e di cluster di sintomi con un criterio di inclusione ed esclusione che non regge affatto di fronte l’incommensurabile universo della mente e della coscienza nella loro unicità. Invece l’incontro con la persona che soffre deve conservare la sua dimensione narrativa ed emozionale proprio per poter costruire una relazione umanizzata entro cui collocare la suggestione del “NOI”. Dimensione narrativa e disponibilità all’ascolto sono elementi essenziali dell’incontro. Sappiamo bene come la sofferenza sia filtrata da ogni persona in maniera diversa. Entrare in questa diversità aiuta a definire meglio quale possa essere la diagnosi e la terapia.

Nel processo di umanizzazione c’è questo flusso bi-direzionale che ha fatto dire, sempre a Longhini,: “Il malato è il tuo medico”. In questo concetto che appare un inaccettabile sovvertimento di ruoli c’è tutta intera l’anima della relazione e della umanizzazione. L’incontro con il paziente è un momento di grazia in cui si dà e si riceve, ma soprattutto si condivide il dolore, la sofferenza, la speranza di un obiettivo di guarigione. Perciò sono convinto che al di fuori di questo contesto affettivo non ci può essere una autentica risposta ai bisogni del malato.

Il paziente ospedalizzato è una persona che ha perso temporaneamente il suo ruolo sociale e lavorativo. Ha perso il suo abituale contesto affettivo. Sta sperimentando una condizione nuova e dolorosa quanto inaspettata. Non è semplice entrare in questo passaggio della sua storia personale. Ci sono reazioni emotive e risentimenti che ne rendono difficile in ogni caso l’approccio. Vi si può fare breccia se solo si costruisce per lui un obiettivo di salvezza che gli restituisca speranza. Nella sua dignità e nella sua contingente vulnerabilità è giusto entrare con discrezione e comprensione. Non si possono evocare illusioni, ma offrire la propria competenza per rendere meno dolorosa l’esperienza della malattia è un dovere che attiene alla responsabilità di tutti coloro che fanno parte del gruppo. 

Ritengo questo compito una grande missione. Specialmente oggi. Le difficoltà finanziarie e gli errori della politica hanno indubbiamente contribuito a rendere la struttura ospedaliera più povera di risorse anche umane. Il dialogo invocato tra operatori sanitari e paziente spesso si incaglia nelle secche di una evidente animosità che fa duro il lavoro e lo rende più difficoltoso rispetto ieri. Non è facile risalire la china. C’è una eccessiva burocratizzazione dell’atto medico che ha impoverito anche la medicina del territorio. In tempi così magri non è difficile essere trascinati in quella deriva etica che anestetizza le coscienze e scalfisce la solidarietà che pure non può mai essere soppressa, perfino in una dimensione assolutamente umana e laica. Per questo trovo molto pertinente parlare oggi di umanizzazione. Dobbiamo dircelo. L’ammalato che entra in ospedale è una persona che soffre nel fisico e nello spirito, e soffre anche nella sua dimensione esistenziale legata spesso a condizione sociale difficile. Ha bisogno di una risposta complessa e coerente. Tocca a ciascuno di noi assicurargliela.