Ho pubblicato questo terzo libro per non commettere un peccato di omissione. Non potevo, cioè, sottrarmi al dovere di esprimere, a beneficio di chi potrebbe leggermi, l’evidenza di un meccanismo spesso presente nel determinarsi di un disturbo del versante affettivo, e non solo. E’ naturale che il sentimento depressivo possa derivare da un evento doloroso della vita. Ma esso nasce anche quando le aspettative dell’uomo sono ridondanti rispetto alle sue reali possibilità in merito alle vicende della vita quotidiana. E queste aspettative, dettate da un Super-Io ipertrofico, sono correlate ad un diffuso sentimento di onnipotenza che oggi pare aver contagiato irrimediabilmente l’uomo.

Da dove può nascere questo sentimento eccessivo se non da una dilagante cultura dell’onnipotenza, che appare sempre più affermarsi in ragione delle conquiste tecnologiche, ma certamente anche a motivo di una vera e propria pedagogia dell’onnipotenza mediata da una comunicazione profondamente sovvertita?

La famiglia e la scuola hanno perduto ormai, come si sa, il ruolo esclusivo di agenzie formative e ne hanno perfino sottratto la consistenza. La formazione dei giovani e dell’uomo in generale è stata assunta sempre più dai media che posseggono strumenti più penetranti ed assolutamente insidiosi. Mi riferisco non tanto alla TV o alla carta stampata, ma al Web che spadroneggia nell’informazione in comunanza con il cellulare divenuto, lo dico con una metafora, “il mondo in tasca.”

La pedagogia mediatica è divenuta così la pedagogia dell’onnipotenza. Essa è strutturata prevalentemente non da messaggi verbali, ma da modelli, da immagini, da suggestioni che ricreano un uomo forte, perfetto, bello esteticamente, vincitore in qualsiasi condizione, dal potere smisurato, dallo sguardo illimitato, senza orizzonti o confini, dalle capacità infinite. Un uomo-dio, insomma. Un uomo convinto di non avere ostacoli, di poter schivare la sofferenza, di poter fare a meno di qualsiasi altro dio. Non per niente si va sempre più oscurando la dimensione trascendente e si va imponendo contestualmente una visione atea ed esasperatamente materializzata del mondo. 

In questa spocchiosa ascesa dell’uomo contemporaneo non c’è spazio per le sconfitte, le delusioni, la sofferenza, la morte. Queste cose sono censurate, negate, ostinatamente rimosse. Abbiamo ricreato la società dell’edonismo più esasperato, del benessere a tutti i costi, degli incantesimi, fino all’approdo a un mondo virtuale dove si è prodighi solo dei “mi piace”, pretesi anche se non meritati, dove le relazioni si snodano con una velocità incredibile, con una superficialità disarmante e con una emotività stantia e mendace, dove emozioni e sentimenti sono delegati ai cosiddetti emoticon. 

Allora, la delusione che la realtà esistenziale impone non si trasforma soltanto in depressione, che pure rappresenta l’espressione congrua di una ferita subita, ma si trasforma soprattutto in un sentimento di fallimento cosmico, di definitiva e bruciante sconfitta che può condurre ad una rabbia mai sopita, quando se non al rifiuto della vita stessa. 

Oltre questa reazione depressiva ci sono anche altri possibili effetti della pedagogia dell’onnipotenza, e sono quelli più devastanti.

Probabilmente, ad esempio, siamo restii o forse rinunciamo a credere che il femminicidio possa derivare da questo sentimento di onnipotenza che rende l’altro il proprio oggetto d’amore, esclusivo ed irrinunciabile. In realtà è proprio quando si profila una perdita che l’idea del possesso può facilmente trasformare l’uomo in assassino. C’è qui l’incapacità di perdere, l’incapacità di sopravvivere a questo affronto, ed insieme il desiderio inconscio di introiettare l’oggetto d’amore in una suggestione di relazione simbiotica, non più possibile dopo quella materna. Sono entrambi dettati dal sentimento di onnipotenza. 

Anche per il bullismo c’è da fare una simile riflessione. Esso è l’epifenomeno della stessa dinamica di autoesaltazione.

Ecco perché credo che non esista legge punitiva, né proclama sterile, né corteo di solidarietà che tenga. Bisogna prendere coscienza di questo meccanismo e promuovere una cultura che sia controcorrente, che sappia ridimensionare questa idea eccessiva della vita e delle sue vicende esistenziali. Solo così potremo sconfiggere seriamente femminicidio e bullismo.

L’ossessione di internet, dei social, dei reality, delle dipendenze di vario genere, conduce ad una inevitabile prevaricazione della condizione umana e ad un’auto esaltazione e celebrazione fino al punto di sviluppare una tolleranza zero ai minimi segni che fanno riferimento alla fragilità umana. Si è così disponibili ad ostentare solo la propria forza e la propria spavalda performance. Mi viene in mente la campagna per le presidenziali in America. Una guerra condotta anche a suon di certificati di ottima salute. Come dire la scelta di un uomo che coniughi il suo potere politico alla prestanza fisica, alla sua immagine performante, al suo successo personale, alla sua spettacolare condizione sociale. Ma come sarebbe bello pensare invece che anche con un fisico debilitato, stanco e fragile si può essere in grado di governare perseguendo il bene comune. Esempio indimenticabile Giovanni Paolo II.

Il linguaggio violento della politica che si sovrespone e della stampa che vi si accoda costituisce un modello profondamente negativo. Per sostenere la violenza spesso si sacrifica anche la verità. L’equivoco di un uomo-dio viene brandito come una conquista reale che consente di superare e forse anche di ignorare ogni principio etico e morale, oltre che una possibile dimensione trascendente.

Nella cronaca recente si è parlato di una coppia, lei infermiera e lui medico, che apertamente si sono attribuiti il potere della vita e della morte, usurpando il ruolo del vero Dio. Lei si rivolge a lui: “- Tu sei l’uomo più importante del mondo” e lui risponde: “- Io di fronte gli ammalati sono dio.” Qui c’è la formale ed esplicita dichiarazione di questa incredibile patologica metamorfosi dell’uomo contemporaneo.

Nei casi clinici compresi nel libro questi meccanismi si svolgono al livello inconscio ostacolando spesso sia la coscienza di malattia sia il possibile accesso ad una relazione terapeutica.

Il percorso riabilitativo è esattamente inverso a quello della cultura corrente. L’obiettivo fondamentale è dunque la cultura del limite che sappia professare la propria fragilità. Questo è il messaggio autentico e sostanziale. Bisogna fare attenzione a non farsi penetrare dalla pedagogia dell’onnipotenza che i media profondono in tante forme. Ritornare alla cultura del limite vuol dire assumere la propria fragilità come condizione per incontrare l’altro nella reciprocità, che è requisito inderogabile per “vivere-insieme-nel-mondo”.

La cultura del limite è la sola arca di salvezza in questo diluvio universale per sfuggire ad uno dei più importanti fattori di rischio del dilagante disturbo mentale.

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Se Giulio non cambia
Due storie che si incontrano

Autore: Domenico Barbaro
Collana: Letteratura e linguistica
Formato: 17 x 24 cm
Legatura: Filorefe
ISBN13: 9788849228410 978-88-492-2841-0
ISBN10: 8849228414 88-492-2841-4
Ub.int: S34c

Gangemi Editore2
Anno di edizione: 2014
Pagine: 192
Prezzo: € 20.00
Prezzo Ebook PDF: € 16.00

Contenuto: Collana Scienze umane e sociali diretta da Salvatore Iannizzi

Il romanzo “Se Giulio non cambia…” intreccia la storia molisana di Giulio e della sua famiglia con la storia calabroaspromontana dell'Autore bambino e della sua famiglia. Sullo sfondo una sottile analisi sociologica dell'ambiente antropologico dell'Aspromonte degli anni cinquanta e sessanta del secolo appena trascorso e quella del comprensorio montano del Matese e delle Mainarde ricadente nella provincia di Isernia, la Pentria dell'antico popolo dei Sanniti. Si attua cosí, spontaneamente, un ideale gemellaggio tra Calabria e Molise, tra due mondi rurali assai simili pure nei valori familiari e nelle tradizioni sociali, ma anche nelle involuzioni di un falso progresso consumistico-tecnologico che espone, specialmente i giovani, ai pericoli delle devianze mortali.
“Se Giulio non cambia…” si legge tutto d'un fiato, con picchi di commozione che possono portare a vere e proprie lacrime, e ci spinge ad interrogarci sulle nostre responsabilità personali in un siffatto contesto. La lettura di queste pagine è fortemente consigliata nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni, ma soprattutto nelle famiglie e nelle altre istituzioni pure come incisivo momento di “pedagogia sociale”.
Possiamo ben dire che questo romanzo è il libro “Cuore” del contrasto alle tossicodipendenze. Ed è, comunque, una storia che apre decisamente alla speranza.
DOMENICO LANCIANO, giornalista

Un inno alla vita (di Antonella Musitano - scrittrice)

Un inno alla vita, questo è, in definitiva, il messaggio del libro “Se Giulio non cambia….” di Domenico Barbaro.

Giulio alla fine cambia, vince la sua scommessa, torna alla vita, scopre la vita, e la scopre quando perde l’affetto più grande. Le sue insicurezze, le sue fragilità diventano la sua forza, e Giulio ritrova nell’”essere” e non nell’ “avere” il senso autentico della vita, ritrova quei valori che la “terapia del progresso” ha emarginato fin quasi a farli diventare scomodi accessori.

Sono quei valori, tanto cari all’autore, che fanno da filo conduttore al libro, in cui due realtà, la vita tranquilla di un paesino del Molise e quella, altrettanto tranquilla, di un paesino dell’Aspromonte, si intrecciano e si fondono fino quasi a diventare una cosa sola. Due realtà, diverse e lontane, che si identificano nelle storie dei loro abitanti, nei loro sentimenti, nei loro drammi, nelle loro passioni, come in una nuova “Antologia di Spoon River” per dirla con Edgar Lee Masters.

L’esperienza come medico del SERT diventa, per l’autore, l’occasione per un ritorno nostalgico agli anni della sua infanzia, qui raccontati con grande umiltà e dignità, anni difficili ma intensi e ricchi dal punto di vista emotivo, anni forgiati al sacrificio e alla voglia di riscatto dalla povertà, dalle sofferenze, dall’incertezza del futuro.

L’autore si muove su questi due piani con grande disinvoltura e delicatezza, racconta di Giulio, ma anche di sé, ricorda i suoi momenti difficili, le sue incertezze, mai degenerate in comportamenti lesionistici come per Giulio, forse grazie proprio a quel paese dell’Aspromonte che, come un padre affettuoso, avvolgeva e custodiva gelosamente i suoi valori impedendo di inseguirne altri, più deleteri e pericolosi.

Prepotenti, nel libro, si stagliano due figure molto simili, Mariuccia e Mariuzza, due donne, due nonne, due esempi di quella saggezza popolare che non si apprende sui libri ma si matura con quell’esperienza in cui la vita diventa il miglior maestro. Analoga la loro grande religiosità e la fiducia nel Dio riparatore, nella Provvidenza, ma la Provvidenza, da entrambe concepita come forza superiore che agisce e interviene per volgere al bene fatti e circostanze, secondo il pensiero di manzoniana memoria, non riesce a mettere a posto tutto. Giulio cambia, ma sembra che il prezzo da pagare per questo suo cambiamento sia la morte della mamma, una specie di passaggio del testimone, l’estremo, inconsapevole sacrificio dell’amore di una mamma per il proprio figlio.

Ma nel libro emergono tutte le contraddizioni di una società che sembra aver smarrito la sua meta, di famiglie che “delegano” ad altri il ruolo di educatori, che demandano ad altri, TV e internet, il compito di formare coscienza e conoscenza, di giovani smarriti che cercano nello “sballo” le risposte alle loro inquietudini adolescenziali, di una società, insomma, che nella folle corsa all’”avere” ha finito per smarrire proprio ciò che di più sacro ha: il senso della vita.

Ed emerge la grande umanità dell’autore, medico non solo per mestiere, come ormai il sistema spesso impone, ma come impegno sociale, come amore per la vita. La vicenda di Giulio è una scommessa vinta per entrambi: Giulio si riscatta dalla droga, l’autore facendo il medico si riscatta dalla povertà, ma, in fondo, non è questa la cosa importante: lui ha realizzato, con Giulio, il sogno di far “Amare la vita”.

E vengono in mente i versi di una nota canzone di Fabrizio De Andrè: “Un medico”, e i sogni di un bambino che da grande voleva fare il medico per curare i ciliegi, quando, rossi perché maturi, ai suoi occhi di bambino sembravano malati e desiderava, a tutti i costi, curarli per farli tornare in fiore.

Il lavoro come medico al SERT, porta l’autore, talvolta, ad andare anche “oltre le regole”, perché non può e non vuole soffocare la sua grande umanità , la sua voglia di far tornare in fiore la vita, proprio come il sogno di quel bambino che voleva guarire i ciliegi.

Giulio torna in fiore, questo il grande ed autentico messaggio del libro, l’inno alla vita dell’autore!

Prof.ssa Antonella Musitano Scrittrice

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Da un capodanno all'altro:
storie di droga in provincia

Autore: Domenico Barbaro

Anno di edizione: 1998

Libro dedicato in particolare ai giovani, dalla nascita del Sert di Isernia-Venafro e ai primi gravi casi di droga nella nostra Provincia.

Libro-documento sul fenomeno-droga in provincia per far conoscere alla nostra comunità questo processo partito da una sostanziale condizione di immunità dal fenomeno fino all’evidente scompenso con l’inarrestabile ed irreversibile inondazione. La volontà di svegliare le coscienze, evocando almeno qualche doveroso sentimento di colpa. Non un atto di accusa, no, ma l’assunzione di una responsabilità collettiva sì.
Domenico Barbaro - tratto da intervista Riviera

 

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