Sì, proprio per non commettere un peccato di omissione, come ho scritto sul retro dell’invito. Non potevo, cioè, sottrarmi al dovere di esprimere, a beneficio di chi potrebbe ascoltarmi, l’evidenza di un meccanismo spesso presente nel determinarsi di un disturbo del versante affettivo, e non solo. E’ naturale che il sentimento depressivo possa derivare da un evento doloroso della vita. Ma esso nasce anche quando le aspettative dell’uomo sono ridondanti rispetto alle sue reali possibilità in merito alle vicende della vita quotidiana. E queste aspettative, dettate da un Super-Io ipertrofico, sono correlate ad un diffuso sentimento di onnipotenza che oggi pare aver contagiato irrimediabilmente l’uomo.

Da dove può nascere questo sentimento eccessivo se non da una dilagante cultura dell’onnipotenza, che appare sempre più affermarsi in ragione delle conquiste tecnologiche, ma certamente anche a motivo di una vera e propria pedagogia dell’onnipotenza mediata da una comunicazione profondamente sovvertita?

La famiglia e la scuola hanno perduto ormai il ruolo esclusivo di agenzie formative e ne hanno perfino sottratto la consistenza. La formazione dei giovani e dell’uomo in generale è stata assunta sempre più dai media che posseggono strumenti più penetranti ed assolutamente insidiosi. Mi riferisco non tanto alla TV o alla carta stampata, ma al Web che spadroneggia nell’informazione in comunanza con il cellulare divenuto, lo dico con una metafora, “ il mondo in tasca.”

La pedagogia mediatica è divenuta così la pedagogia dell’onnipotenza. Essa è strutturata prevalentemente non da messaggi verbali, ma da modelli, da immagini, da suggestioni che ricreano un uomo forte, perfetto, bello esteticamente, vincitore in qualsiasi condizione, dal potere smisurato, dallo sguardo illimitato, senza orizzonti o confini, dalle capacità infinite. Un uomo-dio, insomma. Un uomo convinto di non avere ostacoli, di poter schivare la sofferenza, di poter fare a meno di qualsiasi altro dio.

In questa spocchiosa ascesa non c’è spazio per le sconfitte, le delusioni, la sofferenza, la morte. Queste cose sono censurate, negate, ostinatamente rimosse. Abbiamo ricreato la società dell’edonismo più esasperato, del benessere a tutti i costi, degli incantesimi, fino all’approdo a un mondo virtuale dove si è prodighi solo dei “mi piace”, pretesi anche se non meritati, dove le relazioni si snodano con una velocità incredibile, con una superficialità disarmante e con una emotività stantia e mendace, dove emozioni e sentimenti sono delegati ai cosiddetti emoticon.

Allora, la delusione che la realtà esistenziale impone non si trasforma soltanto in depressione, che pure rappresenta l’espressione congrua di una ferita subita, ma si trasforma soprattutto in un sentimento di fallimento cosmico, di definitiva e bruciante sconfitta che può condurre ad una rabbia mai sopita, quando se non al rifiuto della vita stessa.

Oltre questa reazione depressiva ci sono anche altri possibili effetti della pedagogia dell’onnipotenza, e sono quelli più devastanti.

Ci siamo chiesti mai se il femminicidio non possa derivare da questo sentimento di onnipotenza che rende l’altro il proprio oggetto d’amore, esclusivo ed irrinunciabile? E quando si profila una perdita, ecco, l’idea del possesso che trasforma l’uomo in assassino. C’è qui l’incapacità di perdere, l’incapacità di sopravvivere a questo affronto, ed insieme il desiderio inconscio di introiettare l’oggetto d’amore in una suggestione di relazione simbiotica, non più possibile dopo quella materna. Sono entrambi dettati dal sentimento di onnipotenza.

L’ossessione di internet, dei social, dei reality, delle dipendenze di vario genere, conduce ad una inevitabile prevaricazione della condizione umana e ad un’auto esaltazione e celebrazione fino al punto di sviluppare una tolleranza zero ai minimi segni che fanno riferimento alla fragilità umana. Si è così disponibili ad ostentare solo la propria forza e la propria spavalda performance. Mi viene in mente la campagna per le presidenziali in America. Una guerra condotta anche a suon di certificati di ottima salute. Ma come sarebbe bello pensare che anche con un fisico debilitato, stanco e fragile si può essere in grado di governare perseguendo il bene comune. Esempio indimenticabile Giovanni Paolo II.

Il bullismo è l’epifenomeno della stessa dinamica di autoesaltazione. Il linguaggio violento della politica che si sovrespone e della stampa che vi si accoda costituisce un modello profondamente negativo. Per sostenere la violenza spesso si sacrifica anche la verità. L’equivoco di un uomo-dio viene brandito come una conquista reale che consente di superare e forse anche di ignorare ogni principio etico e morale, oltre che una possibile dimensione trascendente.

Nella cronaca recente si è parlato di una coppia, lei infermiere e lui medico, che apertamente si sono attribuiti il potere della vita e della morte, usurpando il ruolo del vero Dio. Lei si rivolge a lui: “- Tu sei l’uomo più importante del mondo” e lui risponde: “- Io di fronte gli ammalati sono dio.” Qui c’è la formale dichiarazione di questa incredibile patologica metamorfosi dell’uomo contemporaneo.

Nei casi clinici compresi nel libro questi meccanismi si svolgono al livello inconscio ostacolando spesso sia la coscienza di malattia sia il possibile accesso ad una relazione terapeutica.

Il percorso riabilitativo è esattamente inverso. L’obiettivo fondamentale è dunque la cultura del limite che sappia professare la propria fragilità. Questo è il messaggio autentico e sostanziale. Bisogna fare attenzione a non farsi penetrare dalla pedagogia dell’onnipotenza che i media profondono in tante forme. Ritornare alla cultura del limite vuol dire assumere la propria fragilità come condizione per incontrare l’altro nella reciprocità, che è requisito inderogabile per vivere-insieme-nel-mondo. La cultura del limite è la sola arca di salvezza in questo diluvio universale per sfuggire ad uno dei più importanti fattori di rischio del dilagante disturbo mentale.

 

pres is 16 dic

 

 

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