Video realizzati durante la presentazione del libro "SE GIULIO NON CAMBIA... DUE STORIE CHE SI INCONTRANO" avvenuta ad Isernia, venerdì 13 giugno 2014, presso l'Istituto Geamedica.

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Archivio fotografico della presentazione del libro "SE GIULIO NON CAMBIA... DUE STORIE CHE SI INCONTRANO" avvenuta ad Isernia, venerdì 13 giugno 2014, presso l'Istituto Geamedica di Isernia.

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        Le mie origini sono là, in quella estesa vallata magistralmente costruita dalla natura e protetta da un semicerchio montuoso aperto verso il mare. Le case si affiancano alla fiumara difese solo dal “fortino” quasi per attingervi ristoro e frescura nelle infuocate giornate estive. Poi in inverno si lasciano sfidare dalla piena fangosa che qualche volta ha provato ad allagare le strade, e non solo. Ma quel mio paese, Platì, ha resistito negli anni a tutto, anche ad altre piene ingenerose ed infamanti che continuano a giungere da fuori, da un mondo che spesso critica senza guardare.

        L’Aspromonte non è stato dal canto suo meno ingeneroso. Dirupi rovinosi diffusi sui suoi arditi crinali continuano d’inverno a scaricare a valle pietrame e tronchi d’albero divelti con rabbia e trascinati giù. La fitta vegetazione lo rende geloso, impervio, impenetrabile. Nella mia fanciullezza lo vedevo addirittura misterioso: dai suoi anfratti confluenti in una centrale gola profonda ogni sera puntuale si levava il vento e soffiava forte sulle case, quasi a voler incutere paura, complice un frettoloso tramonto.

        Ho trascorso là ininterrottamente i primi undici anni della mia vita. Sognavo di vedere il mare, ma per me era troppo lontano. Bisognava percorrere ben 25 km di strada attraversando paesi dispettosamente collocati su alture che sembravano gradoni distesi verso la marina. E poi il mezzo di trasporto quasi unico era la vecchia corriera che si inerpicava a fatica lungo tornanti per poi discendere in ripide chine. C’è voluto del tempo per pensare ad una valida e più agevole alternativa, suggerita dal percorso della fiumara che scendeva al mare. Ora sì che il mondo sembrava davvero a portata di mano e si era rotta per sempre quella barriera fisica che aveva tenuto il mio paese ricacciato nella sua solitudine, e, peggio ancora, nella sua eterna diffidenza.

        Il mare l’avrei visto alla fine, all’età di dieci anni, quando già mi preparavo ad un viaggio senza ritorno. Ricordo la grande emozione di fronte quella immensa distesa d’acqua che all’orizzonte si confondeva con il cielo, e il dolore di quel primo distacco da casa che la soverchiava fino quasi a spegnerla. Il profumo intenso dei gelsomini mi scuoteva come per richiamarmi al dovere di emigrare, di costruire altrove il mio futuro. Gli occhi si empivano spontaneamente di lacrime. Ma il tempo della definitiva partenza giunse dopo un anno e tutto fu affrontato questa volta con compostezza e coraggio.

        Non avrei mai immaginato che, dopo numerosi spostamenti, dopo tanto girovagare, il mio approdo finale fosse stato poi qui, nel Molise, in questa terra adottiva tanto simile alla mia Calabria. Storie di marginalità e di sofferenza. Storie di illusioni e di partenze anche qui, storie di duro lavoro. Ma anche storie di chiara onestà e grande orgoglio. Gli antenati, i Pentri, erano tra i popoli Sanniti i più combattivi. La grande potenza romana, pur vincendo, dovette riconoscere il loro prestigio elevando Isernia ed altri centri della Pentria al rango di Municipium. Non era certo un privilegio che usualmente si concedeva ai vinti.

        E proprio qui ho re-impiantato le mie radici. Qui i colori sono diversi e la terra appare meno ingrata. Ma le storie davvero si somigliano per quella innata semplicità rurale e quella serena adesione agli atavici valori cosparsi da una solida, tradizionale religiosità. Intendo le storie di ieri. Oggi l’incantesimo è rotto. Le periferie non esistono più e i tempi sono decisamente cambiati.

        Per questo ho voluto fare un viaggio nel tempo per scoprire proprio cos’è cambiato, perché si è persa la strada di quell’umanesimo che conciliava l’uomo e le sue avventure esistenziali, perché si è giunti a questa deriva etica e morale che pare proprio una inevitabile condanna.

        Due storie si incontrano e parlano del loro tempo. E imprevedibilmente nasce un simbolico gemellaggio tra Calabria e Molise, due Regioni dal sereno passato e dall’inquieto, incerto presente.

      Dr Domenico Barbaro

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         Carissimo Mimmo,

      saluto te e saluto tutti i presenti. Porto i saluti del Sert di Agnone. E, insieme, penso che, intanto, possiamo dare gli auguri di “Buon onomastico” a chi si chiama “Antonio” o “Antonia”. C’è qualcuno qui in sala?...

         E poiché siamo nel giorno dedicato a chi si chiama Antonio, colgo l’occasione per ricordare lo scrittore Antonio Grano, calabrese di Cosenza ma vissuto a Macchia di Isernia, deceduto prematuramente nello scorso mese di aprile. Vi chiedo di fargli un applauso anche perché ha scritto tanto su temi e personaggi molisani e isernini, in particolare. Grazie! Grazie anche da parte della figlia Valentina che non è potuta venire qui perché aspetta di partorire da un giorno all’altro e attraverso me porge un caloroso saluto a Mimmo e a tutti Voi.

         Riguarda il tuo libro “Se Giulio non cambia…” vorrei fare tre brevissime considerazioni, pure perché chi ci ascolta deve poter portare a casa possibilmente pochi ma chiari messaggi su cui, poi, volendo, potrà fare le proprie riflessioni o gli approfondimenti che desidera. Chiedo scusa se leggo, ma non vorrei che, parlando a braccio (come si suole dire), io possa dimenticare qualche utile passaggio.

      Prima considerazione. Il tuo essere sacerdote.

         Nel libro ricorre spesso il riferimento alla tua vocazione verso il sacerdozio, meta poi non raggiunta come sacerdote di una chiesa o di una religione. Ma io penso che tu sei sacerdote nell’anima e tale carisma (perché di carisma si tratta) ti caratterizza pure come medico, come terapeuta che ama e difende la vita. Non a caso Antonella Musitano nella sua post-fazione al tuo romanzo ha scritto che il messaggio finale del libro è proprio un inno alla vita!... Se dobbiamo credere all’etimologia, sacerdote è colui che conduce al sacro, colui che lo indica e ne fa culto. Perciò, è sacerdote chiunque ami la vita, la riproponga, la difenda e la valorizzi. Sono sacerdoti i genitori, i medici, i docenti, i responsabili delle istituzioni, le forze dell’ordine, gli intellettuali e gli artisti … insomma, tutti coloro che hanno capito che il loro lavoro, il loro stare al mondo sia una vera e propria “missione” per il bene sociale e il miglioramento della vita dell’umanità e del pianeta.

      Seconda considerazione. Chi distrugge la vita.

         E chi distrugge la vita?... Chi induce le persone a distruggere la propria esistenza, anche con le droghe?... Chi fa la guerra, chi inquina, chi ruba e via delinquendo … sono questi anti-vita i contro-sacerdoti. Tra bozze iniziali e finali, avrò letto questo tuo libro almeno 4-5 volte. Non ti nascondo che questa volta, rileggendo il romanzo nella nuova veste, bellamente confezionata dall’editore Gangemi, ho provato proprio tanta rabbia perché il periodo di rilettura ha coinciso con la cronaca nera dei “Ladri dell’Expo di Milano” prima e dei “Ladri di Venezia” dopo. Tanto è che ho scritto un articolo evidenziando il fatto che i primi 25 milioni di euro, accertati dalla magistratura veneziana sulle ruberie al Progetto lagunare del Mose, sarebbero bastati a ultimare e rendere operativo il nuovo ospedale di Agnone, che oggi, incompiuto, rischia di diventare un rudere e un monumento agli sprechi della classe dirigente politico-amministrativa molisana e italiana.

         Ma c’è di più. Ho pensato ai 5 mila miliardi di lire (cioè 2 miliardi e mezzo di euro) bruciati dalla politica calabrese e nazionale negli anni sessanta e settanta per le cosiddette “cattedrali del deserto” realizzate e mai funzionate nella sola Calabria. Mi riferisco all’impianto Liquichimica di Saline Joniche vicino Reggio Calabria, un gigante che si sta arrugginendo sempre più. Mi riferisco all’impianto della Sir di Lamezia Terme, un altro colosso chimico costruito e mai partito, o al disastro patìto dalla Piana di Gioia Tauro per il mai costruito Quinto centro siderurgico.

         Cito queste nefandezze industriali mai rese produttive ma ne potrei citare altre sia per la Calabria che per il resto d’Italia. E le cito perché hanno a che fare con te personalmente e con il Giulio del tuo libro. Ma anche con tutti noi che subiamo quotidianamente le malefatte di quei politici e di quegli industriali che, con la scusa del Sud, hanno drenato e rubato decine di migliaia di miliardi di lire a tutti i contribuenti italiani e in particolare a noi meridionali, rubandoci persino la speranza!

         E cito queste colossali ruberie perché è stato calcolato che se lo Stato avesse suddiviso quei soldi per gli abitanti del Sud, specialmente affidandone quote direttamente ai disoccupati e alle famiglie, a quest’ora tuo padre non sarebbe dovuto emigrare in Germania, ma avrebbe avviato un dignitoso studio fotografico e la tua famiglia avrebbe potuto continuare a vivere a Platì o comunque in Calabria senza allontanarsi troppo dal proprio ambiente vitale. E Giulio, il tuo Giulio del romanzo forse non sarebbe incappato nella droga perché avrebbe probabilmente avuto chi poteva seguirlo o attrezzature sportive o musicali o teatrali o artistiche dove impegnare meglio la sua adolescenza.

         Quindi, i ladri di Stato derubano vera vita al popolo. Pensiamoci ogni volta che esce fuori uno scandalo. E per uno scandalo che viene a galla chissà quanti altri restano silenziosi ma non per questo meno dannosi per la nostra comunità. Per evidenziare tutto ciò mi verrebbe voglia di dedicare una sede di culto a Santo Popolo Martire. Ma mi verrebbe pure voglia di affidare per legge questi ladri al Sert per curare la loro cleptomania o cleptopatia.

      Terza e ultima considerazione. Il valore catartico del romanzo.

         In tutto il tuo romanzo emerge, qua e là, la necessità di una purificazione personale, familiare e sociale. Il messaggio finale, affidato proprio e non a caso a Giulio nella pagina conclusiva del libro, la 186, è una specie di manifesto catartico, una prescrizione quasi medica di purificazione e di nuovo impegno personale e sociale. Anche per le considerazioni prima fatte, sentiamo un po’ tutti che questa nostra società e forse l’umanità tutta hanno estremo bisogno di purificarsi e di elevarsi a valori degni di essere vissuti. E non a caso tu stesso affermi nella tua introduzione alla pagina 9 … “Se Giulio non cambia …” verrebbe da parafrasare “Se il mondo non cambia …”. Come possiamo vedere dalla prima tua pagina introduttiva, la 9, fino all’ultima pagina, la 186, il cerchio discorsivo si chiude in modo catartico, salvifico. Il valore catartico, purificatorio e salvifico che tu contempli e proponi in questo tuo libro ti esaltano vero “sacerdote sociale”. E a proposito di “catarsi” … di “purificazione” recentemente ho scritto un articolo in cui ho proposto di realizzare proprio uno “sciopero catartico generale nazionale” il 4 ottobre giornata dedicata a San Francesco d’Assisi, la cui povertà possa illuminarci tutti a vivere in modo frugale anche per dare spazio e vita a tutti.

         Mi fermo qui, anche se è ovvio che le considerazioni da fare sarebbero davvero innumerevoli e tutte di elevatissimo livello etico e sociale. Ma lasciamo ai lettori il gusto di scoprire il tuo capolavoro nei minimi dettagli. Perciò, porgo le mie più fraterne congratulazioni e te per l’Opera che hai donato alle presenti e alle future generazioni. E porgo un augurio di ottima lettura ai nostri amici qui presenti e a quelli che avranno la possibilità di leggere e di beneficiare di questo tuo grande libro.

      Grazie e buona sera a tutti.

      Mimmo Lanciano

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         “Se Giulio non cambia” si legge attraverso due linee narrative parallele che convergono in luoghi sotterranei, meandri dell’emotività di chi scrive.

         “Lungo il sentiero del raccontarsi di Giulio tante volte mi sono visto”.

         Il tempo si ferma per raccogliere il ricordo del piccolo Mimmo quando riceve in dono dalla maestra elementare il libro Cuore con tanto di dedica: “ A Mimmo Barbaro perché impari – Reggio Calabria 20 – 04 – 1960”.

         Un bambino con un grembiule e un fiocco azzurro, alle prese con l’inchiostro e i pennini che quasi sempre, dispettosamente, si spuntavano. Determinato, solido negli affetti e sicuro di ritornare dopo ogni partenza, ai cari visi familiari scaldati dal camino acceso, il piccolo Mimmo diventa un accreditato professionista che incontra, nella sua esperienza di lavoro, Giulio, un bimbo di sette anni, che stranamente aveva il suo stesso colore di occhi.

         In essi il giovane psichiatra del Sert aveva letto “un soffuso senso di solitudine e di angoscia”. La storia converge in una empatica vicenda di doloroso recupero, di sconfitte e di vittorie.

         I due protagonisti bevono dallo stesso calice di sofferenza perché solo la consapevolezza di aver accanto un interlocutore capace di sentire, di raccogliere e custodire il proprio dolore dà vita ad un intimo legame che è salvezza.

         Sullo sfondo, come in una felliniana scena di un film in bianco e nero, il piccolo Mimmo salta sul letto felice di aver ricevuto in dono, dal padre emigrato al Nord, un chilo di preziose lenticchie, “qualcosa non consentita” alla povertà, ma indelebile segno e presagio di sicura e coraggiosa volontà di farcela.

      Professoressa Graziella Iannuzzi

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