“Se Giulio non cambia” si legge attraverso due linee narrative parallele che convergono in luoghi sotterranei, meandri dell’emotività di chi scrive.

   “Lungo il sentiero del raccontarsi di Giulio tante volte mi sono visto”.

   Il tempo si ferma per raccogliere il ricordo del piccolo Mimmo quando riceve in dono dalla maestra elementare il libro Cuore con tanto di dedica: “ A Mimmo Barbaro perché impari – Reggio Calabria 20 – 04 – 1960”.

   Un bambino con un grembiule e un fiocco azzurro, alle prese con l’inchiostro e i pennini che quasi sempre, dispettosamente, si spuntavano. Determinato, solido negli affetti e sicuro di ritornare dopo ogni partenza, ai cari visi familiari scaldati dal camino acceso, il piccolo Mimmo diventa un accreditato professionista che incontra, nella sua esperienza di lavoro, Giulio, un bimbo di sette anni, che stranamente aveva il suo stesso colore di occhi.

   In essi il giovane psichiatra del Sert aveva letto “un soffuso senso di solitudine e di angoscia”. La storia converge in una empatica vicenda di doloroso recupero, di sconfitte e di vittorie.

   I due protagonisti bevono dallo stesso calice di sofferenza perché solo la consapevolezza di aver accanto un interlocutore capace di sentire, di raccogliere e custodire il proprio dolore dà vita ad un intimo legame che è salvezza.

   Sullo sfondo, come in una felliniana scena di un film in bianco e nero, il piccolo Mimmo salta sul letto felice di aver ricevuto in dono, dal padre emigrato al Nord, un chilo di preziose lenticchie, “qualcosa non consentita” alla povertà, ma indelebile segno e presagio di sicura e coraggiosa volontà di farcela.

Professoressa Graziella Iannuzzi

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