Le mie origini sono là, in quella estesa vallata magistralmente costruita dalla natura e protetta da un semicerchio montuoso aperto verso il mare. Le case si affiancano alla fiumara difese solo dal “fortino” quasi per attingervi ristoro e frescura nelle infuocate giornate estive. Poi in inverno si lasciano sfidare dalla piena fangosa che qualche volta ha provato ad allagare le strade, e non solo. Ma quel mio paese, Platì, ha resistito negli anni a tutto, anche ad altre piene ingenerose ed infamanti che continuano a giungere da fuori, da un mondo che spesso critica senza guardare.

  L’Aspromonte non è stato dal canto suo meno ingeneroso. Dirupi rovinosi diffusi sui suoi arditi crinali continuano d’inverno a scaricare a valle pietrame e tronchi d’albero divelti con rabbia e trascinati giù. La fitta vegetazione lo rende geloso, impervio, impenetrabile. Nella mia fanciullezza lo vedevo addirittura misterioso: dai suoi anfratti confluenti in una centrale gola profonda ogni sera puntuale si levava il vento e soffiava forte sulle case, quasi a voler incutere paura, complice un frettoloso tramonto.

  Ho trascorso là ininterrottamente i primi undici anni della mia vita. Sognavo di vedere il mare, ma per me era troppo lontano. Bisognava percorrere ben 25 km di strada attraversando paesi dispettosamente collocati su alture che sembravano gradoni distesi verso la marina. E poi il mezzo di trasporto quasi unico era la vecchia corriera che si inerpicava a fatica lungo tornanti per poi discendere in ripide chine. C’è voluto del tempo per pensare ad una valida e più agevole alternativa, suggerita dal percorso della fiumara che scendeva al mare. Ora sì che il mondo sembrava davvero a portata di mano e si era rotta per sempre quella barriera fisica che aveva tenuto il mio paese ricacciato nella sua solitudine, e, peggio ancora, nella sua eterna diffidenza.

  Il mare l’avrei visto alla fine, all’età di dieci anni, quando già mi preparavo ad un viaggio senza ritorno. Ricordo la grande emozione di fronte quella immensa distesa d’acqua che all’orizzonte si confondeva con il cielo, e il dolore di quel primo distacco da casa che la soverchiava fino quasi a spegnerla. Il profumo intenso dei gelsomini mi scuoteva come per richiamarmi al dovere di emigrare, di costruire altrove il mio futuro. Gli occhi si empivano spontaneamente di lacrime. Ma il tempo della definitiva partenza giunse dopo un anno e tutto fu affrontato questa volta con compostezza e coraggio.

  Non avrei mai immaginato che, dopo numerosi spostamenti, dopo tanto girovagare, il mio approdo finale fosse stato poi qui, nel Molise, in questa terra adottiva tanto simile alla mia Calabria. Storie di marginalità e di sofferenza. Storie di illusioni e di partenze anche qui, storie di duro lavoro. Ma anche storie di chiara onestà e grande orgoglio. Gli antenati, i Pentri, erano tra i popoli Sanniti i più combattivi. La grande potenza romana, pur vincendo, dovette riconoscere il loro prestigio elevando Isernia ed altri centri della Pentria al rango di Municipium. Non era certo un privilegio che usualmente si concedeva ai vinti.

  E proprio qui ho re-impiantato le mie radici. Qui i colori sono diversi e la terra appare meno ingrata. Ma le storie davvero si somigliano per quella innata semplicità rurale e quella serena adesione agli atavici valori cosparsi da una solida, tradizionale religiosità. Intendo le storie di ieri. Oggi l’incantesimo è rotto. Le periferie non esistono più e i tempi sono decisamente cambiati.

  Per questo ho voluto fare un viaggio nel tempo per scoprire proprio cos’è cambiato, perché si è persa la strada di quell’umanesimo che conciliava l’uomo e le sue avventure esistenziali, perché si è giunti a questa deriva etica e morale che pare proprio una inevitabile condanna.

  Due storie si incontrano e parlano del loro tempo. E imprevedibilmente nasce un simbolico gemellaggio tra Calabria e Molise, due Regioni dal sereno passato e dall’inquieto, incerto presente.

Dr Domenico Barbaro

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