Fare la presentazione del mio libro: “Se Giulio non cambia….” al mio paese evoca in me una profonda, irresistibile emozione. Prima di tutto perchè anche io sono uno di quelli che “hanno Platì nelcuore.” E poi perché tu puoi viaggiare e girare per il mondo in lungo e in largo, puoi incontrare tanta gente che magari ti considera figlio adottivo e ti ama d’un affetto sincero, puoi scoprire mille altre culture, ma le tue radici e il tuo cuore non si schiodano da là, dove i tuoi genitori, i tuoi nonni sono nati e vissuti e dove tu, oltre a nascere, hai trascorso i primi dieci anni di vita, hai costruito i tuoi sogni con gli occhi del disincanto, hai considerato che quello, e non altro, era per allora il tuo unico, esclusivo mondo, il solo orizzonte che potevi e sapevi immaginare.

Cosicché non sono mai tramontati nella mia mente il sempre dissestato Corso Umberto I, la Chiesa, il cinema parrocchiale, la mitica corriera che scendeva alla marina, e quel vento che giungeva puntuale la sera dalla montagna sulle case pronte a serrarsi per una nuova notte. Tutti ricordi che nel mio libro si materializzano e si confondono con la sobrietà ed il senso della misura di gente provata dalla lotta contro la povertà e con nell’animo il forte, atavico sentimento religioso della Provvidenza. Proprio così, come nella più autentica ed originale intuizione manzoniana. Era il mondo che ho descritto. Era il mio mondo.

Qui in fondo è la motivazione di questa presentazione: riconsegnare al mio paese quelle antiche suggestioni, quelle irripetibili emozioni, quel sentimento sereno e senza sbavature di una vita condotta in una esemplare dimensione dell’umano che restava sottomessa e soggiogata da quella trascendente, capace di giustificare e conciliare ogni evento, anche quello all’apparenza più ingiusto e più doloroso. E poi la decisa volontà di trasmettere e condividere, per dominarla e guidarla, questa impetuosa, irriducibile, spesso rischiosa forza del cambiamento che ci ha portati nel mondo di Giulio, inquieto e angosciato, nel mondo di oggi, dove la sofferenza ha un senso solo se sa guidare verso la strada del riscatto e della speranza nel futuro. Altrimenti diventa rabbia, violenza, disimpegno, come è nelle nostre cronache quotidiane.

Ho scritto anche di emigrazione, di abbandoni, di separazioni che sembravano allora definitive partenze. In quel flusso inarrestabile mi ci sono trovato anch’io, catapultato verso una prospettiva meno avara e più convincente. E oggi dico che non fu mai per me un definitivo distacco.

Accosto la montagna di Aspromonte a quella delle Mainarde e del Matese. Una stessa lunga catena appenninica che scende dal Nord dell’Italia fino a questo estremo confine. Un’unica, simbolica appartenenza, che molto dovrebbe suggerire a chi pensa in modo sconsiderato a divisioni e rigurgiti razziali, dimenticando l’idea dell’inclusione e della solidarietà che fa crescere e non abbrutisce.

Restano distanti solo la mia fanciullezza e quella di Giulio. Puntigliosamente ho voluto mescolarle, scomporle e ricomporle per esaltarne difformità di contesti, di culture e di comportamenti. Forse alla fine si potranno incontrare, ma non voglio anticiparlo per gli eventuali lettori del libro, proprio nella riscoperta di quelle radici originarie che hanno ancora sufficiente linfa per cambiare il mondo.

Questo incontro oggi può avvenire qui, e mi pare di poterlo considerare la giusta riparazione ad un antico rimorso, oltre il compimento di un ideale e conclusivo itinerario di salvezza.

 

Domenico Barbaro

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