Due diverse versioni del Padre nostro
Una poesia di Jacques Prévert recita: “Padre nostro che sei nei cieli, restaci, e noi resteremo sulla terra che è poi così carina.”
Un libro che ho tra le mani, di Paolo Squizzato, ha per titolo: “Padre nostro che sei all’inferno.”
Attenzione. Non si tratta di due invocazioni che hanno il senso della medesima ribellione. Anzi, si contrappongono. Nella prima, quella di Prévert, c’è il grido blasfemo di un ateo che non ha assolutamente bisogno di Dio, ma non lo rinnega. (e per tale motivo non può nemmeno definirsi letteralmente ateo). Semplicemente lo confina in una dimensione lontana, la più lontana possibile, per non averne fastidio, quasi per cercare di dimenticarlo.
Nella seconda invocazione, quella di Squizzato, c’è il pieno riconoscimento di un Dio che ha accettato di entrare nella storia dell’uomo, di entrare nella sua umanità ferita fatta di guerre senza fine, di bambini che muoiono, di una dignità calpestata, di una inquietudine che si avviluppa su sé stessa, di un vero inferno.
Nell’esistenza umana l’irruzione di un Dio che ama rappresenta quel raggio di luce che dirada la nebbia delle sofferenze e degli enigmi dell’uomo. È un Dio che è sceso in questo inferno terreno per intercettare l’uomo là dove è smarrito, dove è arrabbiato, dove si ribella e si rifiuta di conoscerlo e di incontrarlo. Là, tra le rovinose vicende esistenziali l’incontro è più avvincente, più profondo, più ricco di tenerezze. Dio punta all’uomo distratto proprio per stupirlo, per comunicargli che Egli ama piuttosto chi è smarrito, chi si sente perso, chi sta per annegare tra i flutti delle miserie umane, chi si riconosce imperfetto, chi dichiara la propria fragilità e il proprio limite.
Dio, dunque, non è rimasto nei cieli come pretendeva Prévert. È già sceso nell’inferno della terra. Il Natale ce lo ricorda ogni anno. Egli ha sconvolto tutti i piani dell’uomo, lo ha stanato nel suo egoismo e nel suo sentimento di autosufficienza. È sceso perché aveva bisogno dell’uomo e perché anche l’uomo, in fondo, ha sempre bisogno di Lui. Perciò la preghiera di Giorgio Caproni, un altro ateo, sembra assolutamente più veritiera: “Prego non perché Dio esiste, ma perché Dio esista.”




