Non è solo il titolo di una canzone. È un grande tema di attualità di cui non esprimerò di certo una definizione, preferendo invece offrire al lettore due diverse rappresentazioni della solitudine.
Prima rappresentazione. Anni addietro mi trovo a fare consulenze presso una casa di riposo. Mi accorgo subito che molti ospiti sono di provenienza del nord. Mi chiedo: Come mai questa emigrazione inversa dal nord al sud? La prima spiegazione è forse il costo più contenuto della retta mensile. Poi, andando più a fondo, faccio un’altra riflessione che questa volta appartiene alla disciplina di cui mi occupo. (La psichiatria) Si preferisce allontanare il più possibile il familiare anziano dalla propria realtà per avere una giusta motivazione nell’evitare le visite. Ma, ancora di più, perché l’anziano non è più utile, costituisce un peso, simboleggia la sofferenza e la discesa veloce verso la fine. Tutto questo rientra nella cultura contemporanea dell’edonismo e del tentativo di esorcizzare la morte e con essa le ferite che la tarda età comporta. Papa Francesco parlava a tal proposito della cultura dello scarto.
Aggiungo qui un episodio. Mi telefona una signora di una regione del nord e mi prega di fare una visita al padre perché, aggiunge, ormai non capisce più nulla. Mi spiega inoltre che vorrebbe fare la richiesta per lui dell’amministratore di sostegno. Al momento della visita mi trovo davanti, invece, un uomo apparentemente sano che mi dice: “Ecco dottore, ho solo un euro. Nemmeno un caffè. Sono abituato a leggere un quotidiano ma non ho possibilità di comprarlo.” Mi rendo conto che il signore non è per nulla deteriorato mentalmente. Mi spiega anche: “Mia figlia non mi viene a trovare perché sta molto lontano da qui.” Quando poi la signora mi richiama al telefono ovviamente le spiego che il padre non ha necessità di sostegno. È vigile. È molto triste e angosciato. Ha un evidente vissuto abbandonico. La signora contrariata conclude frettolosamente la telefonata con un grazie di circostanza.
Dopo qualche giorno, mi dicono che quel signore è morto. Ecco. Morto di solitudine.
Seconda rappresentazione. Passeggio lungo il viale di un parco urbano e vedo seduti ad una panchina 4-5 adolescenti ciascuno con uno smartphone in mano senza nemmeno guardarsi l’uno con l’altro. Sono intenti a chattare. Cioè stanno costruendo ognuno per proprio conto una relazione virtuale. In questo modo l’interlocutore se lo creano a loro piacimento e lo costruiscono in maniera da avere assensi e massima condivisione e mai discordanze. Una relazione appagante ma rischiosa perché prelude ad una patologia psichiatrica che si chiama autismo. Ecco, anche questa è solitudine. La connessione che prosegue di notte e di giorno sembrerebbe soddisfare in pieno il bisogno dell’altro. Ma l’alterità del web è invece una pericolosa fantasia. Se dovesse interrompersi la connessione o trovarsi d’improvviso fuori campo insorgono ansia e panico. Il sintomo si chiama nomofobia (no mobile phobia). Tuttavia, questo tipo di relazione è preferita dai giovani perché avvalendosi della virtualità appare perfetta più della relazione interpersonale che invece appare precaria e talvolta frustrante.
Ma non è così. La relazione interpersonale che si svolge nella cornice di un incontro fisico contiene in sé la ricchezza di una comunicazione che non è solo trasmissione di saperi, ma condivisione di quel mondo emozionale che abita dentro ciascuno di noi e che non può assolutamente avvalersi di quegli emoticon falsi e ambigui. È una condizione di reciprocità che ci fa essere indispensabili l’uno per l’altro, ma che ci ricorda nello stesso tempo che non esiste una relazione perfetta perché sempre segnata inevitabilmente da uno spazio che ci separa e quindi dal rischio di perdere.
La cultura contemporanea non ammette fallimenti e non ammette imperfezioni particolarmente nelle relazioni. In quel rischio di perdere si colloca il sentimento di solitudine e quindi l’esperienza depressiva del non possedere, del restare a mani vuote. Ricordiamoci. La depressione secondo l’OMS è la seconda causa di malattia nel mondo. Questo è appunto un problema di salute pubblica e di prevenzione.
Cosa fare allora? Rispetto la solitudine dei nostri anziani dobbiamo ricordare che essi rappresentano le nostre radici, la nostra storia, il nostro passato. Senza quel passato non potremo costruire il nostro futuro.
Rispetto la solitudine divenuta esperienza quotidiana e ubiquitaria di ciascuno di noi dobbiamo ricercare l’incontro fisico con l’alterità non con la presunzione di possedere l’altro in un disegno psicotico di occuparne lo spazio perdendo così i confini del Sé, circostanza che si avvera nel disturbo schizofrenico. Ma misurarsi con l’altro rispettandone i confini ed accettando di realizzare con esso la relazione la meno imperfetta possibile.
L’altro è un bisogno irriducibile di ciascuno di noi. Diceva uno scrittore statunitense: questo è il dramma dell’uomo, sapere che per essere felici bisogna essere in due.
Una mia paziente un giorno mi disse: “Dottore, io vorrei rientrare nell’utero di mia madre.” Sarebbe una relazione perfetta, una relazione simbiotica priva del rischio di perdere. Si trattava di una semplice fantasia della mia paziente, anzi del suo Super-Io. Ma la nostra nascita ha segnato un confine netto, un passaggio ineludibile da una relazione simbiotica ad una relazione di reciproca empatia caricata dal gravoso e sofferente rischio di perdere che appartiene inevitabilmente e per sempre alla storia della nostra avventura umana.




